Quanta protezione con le mascherine antivirus? Ecco i dati della scienza

In quasi tutta Italia, così come in diverse parti del mondo, c’è stata una affannosa ricerca delle mascherine protettive per le vie respiratorie a seguito dell’evolversi dell’infezione da coronavirus 2019-nCoV; malattia poi chiamata dagli esperti Covid-19. In diversi media sono apparse opinioni contrastanti in merito all’utilità ed efficacia di questi dispositivi.  Tuttavia le risposte, chiare e semplici, le troviamo in quegli studi e ricerche che hanno affrontato l’argomento con metodo scientifico. Innanzitutto gli studiosi hanno indagato l’efficacia protettiva dalle infezioni mettendo a confronto le mascherine chirurgiche, quelle solitamente di colore azzurro o verde, con i cosiddetti respiratori, ovvero le maschere filtranti. Altri tipi di mascherine non sono consigliate per la protezione dalle infezioni, come ad esempio quelle di stoffa o di carta (MacIntyre et al, 2011; Offeddu et al, 2017). In questo articolo di approfondimento, che considera vari studi più o meno recenti, verranno prima analizzate le caratteristiche delle mascherine chirurgiche e dei respiratori filtranti; ed infine verranno messi a confronto i dati sull’efficacia protettiva dei due differenti dispositivi nell’ambito delle infezioni, specialmente quelle di origine virale.

Le caratteristiche delle mascherine chirurgiche

Mascherina chirurgica: di forma rettangolare dotata di elastici.
Esempio di mascherina chirurgica. Foto HB.

Di forma rettangolare, solitamente di colore azzurro o verde, dotate di lacci o elastici. Sono realizzate in fibre naturali o sintetiche organizzate in più strati. In generale lo strato esterno, per le sue caratteristiche di impermeabilità, contribuisce a proteggere dallo schizzo di liquidi potenzialmente infetti; lo strato intermedio, dalle qualità elettrostatiche, cattura le microparticelle presenti nell’aria mentre infine lo strato interno serve ad assorbire l’umidità del respiro (Montevecchi et al, 2012). La finalità di queste mascherine sarebbe ufficialmente quella di prevenire la contaminazione dell’ambiente esterno ovvero delle altre persone, in altre parole andrebbe indossata da un individuo potenzialmente infetto così da poter arrestare quelle particelle dotate di carica microbica emesse da starnuti o colpi di tosse. Tuttavia in ambito sanitario l’impiego delle mascherine chirurgiche viene ampliato alla protezione anche degli operatori durante diverse procedure mediche (Garlanda et al, 2002) ed anche in diversi ambiti clinici viene raccomandato ai pazienti di indossare le mascherine per prevenire il contagio di infezioni. L’efficacia protettiva delle mascherine chirurgiche viene dunque almeno in parte riconosciuta anche per chi la indossa; e questa qualità è stata anche documentata tramite prove scientifiche in ambiti specifici come quello odontoiatrico (Checchi et al, 2005). In ogni caso è importante ricordare che si tratta di dispositivi monouso, che andrebbero sostituiti con regolarità e comunque ogni qual volta si inumidiscono; alcuni autori sottolineano che il massimo tempo di utilizzo continuativo sia di circa un’ora (Montevecchi et al, 2012). L’efficacia protettiva si ottiene se la mascherina viene correttamente indossata, ovvero proteggendo e coprendo naso e bocca. In ogni caso è importante leggere con attenzione quanto dichiarato dal produttore relativamente alla capacità protettiva ed alle caratteristiche qualitative del prodotto, queste ultime individuabili grazie a specifiche sigle indicate sulla confezione.

Le caratteristiche dei respiratori ovvero le maschere filtranti

Esempio di maschera filtrante detta anche respiratore. Foto HB.

In generale di colore bianco, di maggior spessore, realizzate in materiale sintetico, e solitamente riconoscibili per la presenza della valvola espiratoria che serve a disperdere l’umidità. La loro principale caratteristica è la capacità di filtrare particelle piccolissime, anche al di sotto dei 2 milionesimi di metro (Montevecchi et al, 2012). Quelle comunemente impiegate in ambito medico sono identificate dalla specifica sigla FFP seguite dal livello di filtrazione 2 o 3; oppure secondo la dicitura statunitense dalle sigle N, R o P con capacità di filtrazione 95, 99 oppure 100% (Jensen et al, 2005; Agolini et al, 2008). La numerazione identifica il livello di capacità filtrante e comunque queste maschere, nel loro insieme, riescono a bloccare oltre il 90% delle particelle di diametro compreso fra 1 e 5 milionesimi di metro e che costituiscono un potenziale veicolo di infezione; al contrario la maschera FFP1 riesce a trattenere solo il 78% delle piccolissime particelle (Montevecchi et al, 2012) e viene dunque utilizzata in contesti diversi (Mancini et al, 2000). In medicina le maschere filtranti a più alta protezione vengono indossate in occasione di particolari procedure, cioè quando c’è il rischio di dispersione nell’ambiente di particelle potenzialmente nocive e di piccolissima dimensione. A seconda delle specifiche tecniche i respiratori possono essere impiegati per diverse ore prima di dover essere sostituiti, tuttavia in genere un uso prolungato e continuativo non è molto tollerato (Johnson, 2016). Anche nel caso delle maschere filtranti è importante che questa ricopra e protegga sia il naso che la bocca, ma va anche verificata la corretta aderenza al viso. Secondo alcuni esperti un semplice trucco per verificare di aver correttamente indossato il respiratore consiste nel guardare se la maschera, durante l’inspirazione, “rientra e si schiaccia” un poco sul viso perché se questo succede significa che questa è a tenuta. Aver indossato correttamente la maschera è infatti un aspetto fondamentale per la sua efficacia (Jensen et al, 2005). Modalità di verifica più precise vengono nel caso indicate dal singolo produttore, e comunque è bene attenersi alle istruzioni riportate nella confezione prestando particolare attenzione alle specifiche tecniche, ai tempi di utilizzo ed alla corretta conservazione del dispositivo.

Mascherine chirurgiche e respiratori filtranti a confronto

Alcuni autori sostengono che le mascherine chirurgiche riescono a bloccare almeno una parte delle particelle più piccole disperse nell’aria (Chenet, 2015) ma questo appunto non garantisce una protezione sufficiente nel caso di particolari procedure e situazioni. Il potere filtrante non aumenta di molto neanche indossando più mascherine chirurgiche sopra l’altra (Derrick, Gomersal, 2005). Nonostante queste premesse diversi studi hanno indagato se nella pratica assistenziale le mascherine chirurgiche avessero comunque un’efficacia protettiva dalle infezioni, mettendole a confronto con i respiratori. Innanzitutto nella letteratura scientifica sono disponibili diversi dati riguardo l’influenza. Ad esempio secondo una recente ricerca condotta su operatori sanitari la trasmissione dell’influenza confermata mediante analisi di laboratorio si è verificata nell’8,2% di coloro che indossavano la maschera filtrante N95 e nel 7,2% nel gruppo della mascherina chirurgica (Radovanovich et al; 2019); trattasi di una differenza molto piccola e dunque i due dispositivi si sono dimostrati ugualmente efficaci. Dati confermati in precedenza anche in un altro studio, stavolta condotto sul personale infermieristico, dove non è stata trovata una differenza significativa nel contagio dell’influenza fra chi indossava la maschera N95, e la più semplice mascherina chirurgica (Loeb et al, 2009). Altre ricerche sono state svolte nel contesto della epidemia di SARS, e quindi è stata presa in esame l’infezione di un coronavirus più simile all’attuale 2019-nCoV causa della malattia Covid-19. Una recente analisi della letteratura, che sintetizza il lavoro di differenti studi, sostiene che la protezione fornita dalle mascherine chirurgiche e dei respiratori N95 risultava sostanzialmente sovrapponibile fra chi si prendeva cura dei pazienti affetti da SARS (Offeddu et al, 2017). Comunque gli stessi autori rilevano come le maschere filtranti possiedono un maggior effetto protettivo nei confronti delle infezioni batteriche ed in altre situazioni specifiche. In ogni caso è bene ricordare che i coronavirus sono davvero molto piccoli (anche meno di due milionesimi di metro) e dunque possono talvolta eludere i più efficienti dispositivi di protezione delle vie aeree (Wong et al, 2006).

Mascherina chirurgica o maschera filtrante, quale scegliere?

Alla luce dei dati scientifici è possibile sostenere che nelle situazioni a basso rischio (luoghi affollati, visite occasionali in ospedale, ecc) la semplice mascherina chirurgica costituisce già un buon dispositivo di protezione (MacIntyre et al; 2011). Invece nelle situazioni a rischio più alto (assistenza ad un soggetto malato, esecuzione di particolari procedure o stazionamento in luoghi ad alto rischio) è preferibile indossare la maschera ad alta capacità filtrante, detta anche respiratore, che garantisce una migliore protezione (Garlanda et al, 2002). In ogni caso non va dimenticata la periodica igiene delle mani, così come la raccomandazione di non toccarsi gli occhi, il naso o la bocca se non con le mani già pulite. Scienza e buon senso che ci vengono in aiuto, con il sostegno della ricerca in medicina.


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Autore dell'articolo: Fabio Pirracchio